Terramara di Santa Rosa

Description

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La Terramara di Santa Rosa è un insediamento terramaricolo di 7 ettari situato nella frazione di Fodico, a 3.5 km da Poviglio.
I 4.000 mq. di superficie antica messa in luce fanno del sito di S. Rosa, il più grande scavo in Europa e uno dei primi a livello mondiale sia per l’estensione che per il tipo di indagini qui condotte.
Il sito rappresenta un tipico esempio degli insediamenti padani dell’Età del Bronzo medio-recente: la “terramara”.
La cultura terramaricola, considerata una delle più significative civiltà dell’Europa preistorica, nasce e si sviluppa nella Pianura Padana tra 1650 e 1150 circa a.C.
Le terramare sono villaggi fortificati di forma quadrangolare, delimitati da terrapieni (o palizzate nelle fasi più antiche) e fossati. Inizialmente avevano un estensione di 1-2 ettari, per raggiungere i diversi ettari nelle fasi più tarde ed erano posizionati nei pressi di corsi d’acqua, preferibilmente su dossi naturali. Le capanne, monofamiliari, erano solitamente costruite su impalcati di tipo palafitticolo, innalzati però su terreno asciutto e la distribuzione delle case e la suddivisione degli spazi all’interno del villaggio appare estremamente regolare.
L’economia era basata su agricoltura e allevamento; una fitta rete di commerci garantiva il rifornimento di alcune materie prime, come il bronzo e certi tipi di pietre, o di materie di pregio, come ambra o conchiglie marine. La maggior parte degli oggetti d’uso quotidiano era realizzata in ambito domestico, mentre quelli in bronzo erano prodotti da artigiani specializzati.
All’interno delle comunità, i guerrieri costituivano un’élite emergente e la posizione privilegiata era probabilmente estesa agli altri membri della loro famiglia.
Intorno al 1200 a.C. inizia per il mondo terramaricolo una grave crisi che nel giro di pochi anni porta all’abbandono di tutti gli insediamenti. Attualmente si ipotizza che tale scomparsa sia stata determinata dalla concomitanza di varie cause, come probabilmente una crisi delle risorse ambientali, ma le dinamiche non sono ancora del tutto certe.
Alla fine del XII sec. a.C. la pianura si ritrova pressoché spopolata e solo in epoca romana ritroverà quella densità demografica raggiunta durante il fiorire della cultura terramaricola.
La terramara S. Rosa si trova su un antico dosso sabbioso del Po, che scorre oggi a circa 3 km a Nord. Nel grande villaggio si riconoscono due abitati irregolarmente quadrangolari, iscritti uno nell’altro e circondati ciascuno da un terrapieno e da un fossato di vaste dimensioni. L’abitato più piccolo, ampio circa un ettaro, è stato fondato attorno al 1500 a.C., nel momento della colonizzazione terramaricola.
Il villaggio piccolo era inizialmente circondato da una palizzata lignea sostituita, in una fase successiva, dal terrapieno in argilla chiara tuttora evidente sul terreno. Le abitazioni, monofamiliari e costruite su impalcato, sono state più volte ricostruite.
Nel corso del XIV sec. a.C il villaggio fu ampliato, fino a raggiungere il limite del dosso naturale su cui era posto: le prime strutture di recinzione erano costituite da una doppia palizzata lignea, interrotta da probabili porte d’accesso al villaggio, allineate con alcune strade che ne dividevano l’interno. Le abitazioni erano costruite su impalcato ligneo, impiantato però su terreno asciutto.
Pozzi ampi e profondi, disposti lungo la palizzata più interna, attingevano acqua da una falda; alcune canalette convogliavano l’acqua da questi pozzi verso il fossato e verso altri pozzi-cisterna, scavati all’interno del fossato stesso. L’insieme di queste strutture costituiva un complesso sistema idraulico, destinato probabilmente a garantire acqua al villaggio e alla campagna circostante.
Nel corso del Bronzo recente l’abitato viene ristrutturato: la palizzata lascia il posto ad un terrapieno, ampio attualmente circa 10 metri, forse mai ultimato.
Con riporti di terreno si regolarizzano i dislivelli formati dagli accumuli di materiali provenienti dal primo villaggio e, al di sopra, vengono costruite nuove capanne, forse non più su impalcato, ma direttamente a livello del suolo.
Nonostante questa imponente ristrutturazione, nella prima metà del XII sec. a.C., S. Rosa, come tutte le altre terramare emiliane, viene definitivamente abbandonata.
A circa 300 metri a Sud Est dell’insediamento è stata individuata la necropoli ricollegabile alla terramara.
Nell’area sono state ritrovate quattro sepolture a incinerazione, unico rito funebre praticato dalle comunità terramaricole a Sud del Po.
Tre urne erano deposte piuttosto ravvicinate, mentre la quarta posta a maggiore distanza, conteneva i resti di quattro individui, due adulti: un maschio e una femmina, e due bambini, di età inferiore ai cinque anni.
I due cinerari meglio conservati avevano una tazza con ansa cornuta probabilmente usata come copertura o come vaso di accompagnamento e non erano presenti oggetti di corredo, secondo l’usanza tipica delle sepolture terramaricole emiliane.
Lo scarso numero di sepolture farebbe pensare ad un settore periferico della necropoli, oppure ad un’area funeraria con caratteristiche specifiche, che le conoscenze attuali non consentono di comprendere appieno. Avvalorerebbe quest’ultima ipotesi il ritrovamento, in una fossa, di un frammento di cranio, non combusto, in deposizione secondaria.

Dopo l’abbandono del villaggio terramaricolo, l’area resta spopolata per diversi secoli.
Nel V sec. a.C. fu impiantata, probabilmente sul dosso del villaggio piccolo, una fattoria etrusca. Tra i materiali recuperati nel fossato sono da segnalare ben tre ciotole di ceramica etrusco-padana, in cui compare graffito sempre lo stesso nome Perkalina, forse il nome del proprietario della fattoria.
Agli inizi del I sec. a.C., in corrispondenza dell’angolo Sud-Est del terrapieno fu costruita un’importante villa romana, la cui occupazione durò fino al V sec. d.C. Dalla villa provengono tessere di mosaico, resti di ceramica a vernice rossa, a vernice nera, a pareti sottili, coppe in vetro, anfore e monete.
Il dissesto idrogeologico che si verifica tra Tardo Antico e Alto Medioevo determina il definitivo tracollo del modello insediativo rurale di origine romana e del sistema di drenaggio associato alla centuriazione. Una delle conseguenze di tale crisi è l’impaludamento della bassa pianura, che sarà bonificata solo nel XV secolo dai Bentivoglio.

Ogni anno sono svolti gli scavi, che durano 2 o 3 mesi nel periodo estivo e sono finanziati dal Ministero per i Beni Culturali e Ambientali con l’appoggio del Comune.
Il sito è visitabile durante le campagne di scavo estive, a giorni e orari prestabiliti, con visite guidate aperte a tutti, ad ingresso gratuito e senza limiti di posti.
La visita al sito può proseguire con l’osservazione dei materiali recuperati dallo scavo, conservati nel Museo della Terramara di S. Rosa allestito nel Centro Culturale di Poviglio.

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