Palazzo Bentivoglio

Description

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Il castello, sorto sulla riva destra del Po, in un luogo fertile ed appetibile dai signori dell’epoca, che miravano al controllo delle vie fluviali, conserva le tracce dell’antico splendore nella facciata prospiciente la grande piazza e nelle due torri d’angolo anteriori. Fu eretto tra il 1594 e il 1600 da Ippolito, che vi inglobò la “Casa Vecchia” del padre Cornelio. In origine l’edificio era costituito da quattro facciate in cotto lunghe 90 metri, uguali a quelle visibili oggi. Negli angoli della pianta quadrangolare si innalzavano quattro torri; si pensava che il palazzo potesse essere circondato da un fossato, ma la pavimentazione originaria della piazza, formata da mattoni posti di costa a spina di pesce e visibile in uno scavo nel giardino antistante il palazzo, smentisce questa ipotesi. Una stima del 1726 testimonia che il palazzo all’epoca era ancora integro; i mattoni dei tre lati oggi mancanti furono utilizzati per rinforzare e alzare gli argini del Po, durante la piena del 1751.  Al piano terra del palazzo si trova la Sala dei Falegnami, utilizzata in passato da artigiani del legno, ora adibita a spazio espositivo e sala conferenze. Al piano superiore troviamo Il Salone dei Giganti, la Sala dell’Eneide, la Sala di Icaro, la Sala di Giove e la Cappella Gentilizia. Palazzo Bentivoglio é sede di due importanti musei: il “Museo Documentario e Centro Studi Antonio Ligabue” e la “Donazione Umberto Tirelli”. Il primo é stato istituito nel 1988, si trova nella Sala di Giove e raccoglie materiale bibliografico e iconografico del pittore, un autoritratto di recente acquisizione, fotografie, incisioni, stampe e sculture che celebrano la sua figura e dà la possibilità di visionare filmati originali sull’artista. La Donazione Umberto Tirelli é visibile nella Sala di Icaro. Umberto Tirelli nacque a Gualtieri nel 1928, lavorò per la sartoria “Finzi”, fornitrice di costumi della Scala di Milano, per la “SAFA” e poi creò la “Sartoria Tirelli”, che ha servito clienti come Visconti, Truffaut, Strehler, De Filippo, Fellini, Bertolucci, Angelopulos, Pasolini, Valli, Callas,  Zeffirelli, Palazzo Pitti, il Louvre… Alla sua morte lasciò al Comune più di 50 opere di artisti famosi in esposizione permanente: Balthus, Guttuso, Clerici, Mazzacurati.

 

PER SAPERNE DI PIU’
All’inizio del Trecento il castello è proprietà di Azzo d’Este cui segue, nel 1326, la dominazione dei Da Correggio.
Nel 1345 passa al Marchese Obizzo d’Este che, nonostante i tentativi di rafforzare gli apparati difensivi del castello, non riesce ad evitare, sul finire dello stesso anno, l’espugnazione da parte dei Gonzaga, che reggono il feudo in nome dei Visconti. Durante la sudditanza gonzaghese il maniero, sede di continui scontri, cade sotto la giurisdizione di Brescello. Nel 1402, Gian Galeazzo, Duca di Milano, investe del feudo Ottobono Terzi, sostituito nel 1442 da Erasmo Trivulzio. Nel 1452, Gualtieri viene assoggettato dai Da Correggio, per cadere nuovamente sotto la dominazione milanese nel 1454. Un atto di permuta stipulato nel 1479 tra i Visconti ed i signori di Ferrara sancisce l’appartenenza di Gualtieri al Ducato estense e la sua sudditanza alla Duchessa Bona, investita da Ercole I. Gli Este mantengono il loro dominio fino a quando Alfonso I decide, nel 1567, di concedere il feudo di Gualtieri a Cornelio Bentivoglio con il titolo di Marchese. Cornelio modifica in modo sostanziale l’impianto urbanistico del paese attraverso la  realizzazione del palazzo signorile, commissionato all’ingegnere Giovan Battista Aleotti. Questi, detto l’Argenta, per: “l’erezione di tanta mole” si avvalse del materiale proveniente dall’abbattimento del Castellazzo, utilizzato come sede del Consiglio della Comunità. Il successore di Cornelio, Ippolito, subentrato al governo nel 1594, dispone il completamento del magnifico “Palazzo Bentivoglio”, rispettoso dei canoni classici del Rinascimento.
All’interno vi era una grande corte centrale con giardini, circondata da portici su cui correvano dei loggiati che portavano agli appartamenti ed al salone dei ricevimenti. Il periodo di splendore per la storia di Gualtieri si conclude simbolicamente nel 1634, quando Francesco I di Modena avoca a sé il Marchesato.
Nel 1661, sotto il governo della Duchessa di Modena Laura, si interviene sul palazzo ampliandolo ed arricchendolo.
Gli Este nel 1750 vendono la residenza al Comune, cui tuttora appartiene. Nel 1751 una gran parte dell’edificio è demolito per arginare le piene del Po. Da una perizia svolta nel 1845 risulta che, sotto la gestione comunale, la destinazione d’uso dei locali rimane pressoché immutata, eccetto l’inserimento del teatro nell’ala sinistra, compiuto da Giovan Battista Fattori a fine Settecento. Nel palazzo vengono allogati la pesa pubblica, il macello, il dazio, granai e magazzini, fino a quando, nel Novecento, si adibisce l’ala destra a scuola. Nel 1970 l’Amministrazione comunale intraprende una serie di interventi di restauro, finalizzati al mantenimento ed al recupero dei fabbricati. Attualmente il palazzo, che conserva nella parte mediana le feritoie del ponte levatoio, ricordo dell’antico castello, presenta quattro facciate uguali, di cento metri, mentre il corpo centrale è rialzato. L’esterno, di forma sobria, appare scandito da una doppia fila di finestre e da un ingresso a tre fornici.

 

Il Salone dei Giganti

E’ la sala più rappresentativa del palazzo. Se ora vi si accede attraverso due ingressi nella parete a sud, originariamente si entrava, come si può notare dall’affresco, dalla porta principale sul lato orientale. Il ciclo di affreschi è suddiviso in tre fasce pittoriche. Subito sotto al soffitto corre una decorazione a dentello, delimitata da un cornicione, che inquadra una serie di figure allegoriche a monocromo racchiuse entro cornici ad angoli rilevati che alludono alle virtù, alla magnificenza, alle arti e alla cultura del marchese. La seconda fascia pittorica inquadra alcuni episodi tratti dalla Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, posti all’interno di cornici, dipinte a monocromi nei colori verde, viola, ocra – giallo e amaranto, intervallate da figure di ignudi con funzione di telamoni che sporgono in posizioni differenti da un finto cornicione. Nella restante fascia pittorica sono illustrati altri episodi del poema, più ampi dei precedenti negli scomparti e che recano nella cornice sovrastante una targa che doveva contenere gli argomenti affrescati. Su queste ultime scene, nelle tre pareti nord, est e sud del salone, sembrano sovrapporsi con effetto tromp – l’oeil, grandi quadri con cornici dorate, che dovevano rappresentare i fasti della famiglia Bentivoglio. I principali artisti che curarono queste decorazioni furono Sisto Rosa (il Badalocchio) della scuola dei Carracci e Pier Francesco Battistelli della scuola del Guercino.

Sala dell’Eneide

È l’attuale sala d’ingresso, al primo piano. Il fregio, raccordato al perduto soffitto da una finta cornice e scandito da mensole con figure di putti, è composto da sedici riquadri, quattro scene per parete, di cui le due laterali a monocromo viola e le laterali a monocromo ocra – giallo. Delle sedici scene originarie del fregio due sono andate perdute a causa dell’apertura delle finestre e quattro presentano solo deboli tracce di pittura o frammenti del disegno inciso. Da una ricognizione del fregio si evince che il soggetto è tratto dal libro VII al XII dell’Eneide. La presenza di un ciclo dedicato al pio Enea appare perfettamente consona a questa sala che fa da anticamera alla cappella privata e precede le storie romane delle altre due sale, ma al contempo può essere posta in relazione al perduto ma documentato ciclo dedicato all’Orlando e naturalmente alla Gerusalemme dipinta nel salone.

Sala di Giove

Il ciclo delle storie romane inizia qui,  articolandosi nel fregio entro riquadri, tre per lato, a monocromo verde – grigio e ocra alternati, separati da finti mensoloni con coppie di cariatidi, festoni e mascheroni in monocromo grigio. Le scene si susseguono secondo un ordine cronologico preciso, in alcuni casi anche in relazione alle figure del soffitto. La fondazione di Roma è l’argomento principale del fregio, i cui temi iconografici sono probabilmente desunti da un’edizione illustrata di Tito Livio. Un cornicione ligneo a dentelli raccorda il fregio al soffitto, scandito da cassettoni in legno a forma geometrica, decorati a girali di vite. Al centro un grande ottagono si riparte in altri quattro ottagoni e quattro quadrati, sotto i quali si formano quattro trapezi. Il repertorio iconografico iscritto negli sfondati a trapezio, in monocromo rosso, raffigura le Storie di Ercole, che fanno da raccordo e da commento allegorico agli ottagoni in cui è sviluppato il tema principale che dà il nome alla sala, e da cui è possibile scorgere un’allegoria del potere del signore.

Sala di Icaro

La storia dei re di Roma si conclude con dodici scene, tre per parete, su vicende relative ai regni di Tullio Ostilio, Anco Marzio, Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo. I riquadri, a monocromi viola e ocra – giallo alternati, sono separati da mensole con festoni e coppie di putti incornicianti imprese. Del soffitto sono superstiti, a parte i putti angolari, solo tre esagoni molto rovinati.

La cappella gentilizia

La data di costruzione é sconosciuta; sono state rintracciate però le bolle, papale e vescovile, del 1610, con le quali se ne autorizzava la consacrazione. E’ un piccolo ambiente a fianco della stanza di Icaro con il soffitto a volta, al centro del quale si trova un affresco che rappresenta l’Assunzione in cielo della Vergine. E’ ricca di stucchi raffiguranti puttini seduti o in piedi, volute, racemi, festoni, faccine di angioletti. Nella decorazione pittorica si possono notare l’influsso della scuola ferrarese tardo-manieristica e quello della più moderna scuola bolognese. Emerge anche qualche accenno di cromatismo veneto, forse di ispirazione mantovana.

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